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Si sa che la Val Grande è un mondo a sé, fuori dai tempi e dai riferimenti spaziali del mondo odierno, ma di rado si può effettuare, sia pure occasionalmente, una simile esperienza di vita, anomala e svincolata dalla quotidianità. Venendo infatti a mancare le persone che hanno conosciuto e frequentato tali luoghi, reconditi e inaccessibili, si ricade - parola di esperto -  nella wilderness di ritorno: i sentieri si cancellano, le costruzioni crollano, le sorgenti si ostruiscono, i pascoli si inselvatichiscono, le radure spariscono. Franco, il capo gita, ci ha dato l’opportunità, non solo di visitare la Val Gande con la classica traversata, ma di entrare in questo universo dal Passo dei Tre Uomini, una via desueta, di sostare al Mottac, perno verso cui confluiscono da varie direzioni le valli secondarie, di uscire da Scaredi con un percorso a ritroso rispetto alla prassi.
E’ la mattina di sabato 26 settembre.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: Alpe Drisoni CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: il Monte Rosa dall'Alpe Nava

Lasciate le auto a Faievo, ci avviamo verso gli alpeggi bassi di Trontano, Drisoni e Nava.
Quest’ultimo, dominante sulla piana dell’Ossola, funge da elemento di separazione tra il Terzo millennio, con l’espansione urbanistica, il traffico, le tecnologie avanzate, e il Neolitico, rurale e primitivo, imperniato su un’economia di sussistenza con bisogni essenziali: qualche provvista alimentare, acqua per dissetarsi, un ricovero per la notte, legna per illuminare e riscaldare.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: Alpe Rina CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: interno bivacco dell'Alpe Rina

Dopo l’alpe Rina, proseguendo in direzione di Menta, incomincia la salita verso il punto di massima elevazione del tragitto, caratterizzato dai famosi Tre Uomini, che si ergono inconfondibili tra la base del Tignolino e la Testa di Menta. Seguiamo fedelmente la nostra guida, su labili tracce lasciate dal passaggio degli animali, tra sassi, sterpaglie, piante infestanti, fino alla cima, dove ci aspetta una non meno impegnativa discesa lungo il classico “infido canalino”.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: il Passo Tre Uomini CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: la cresta verso il Mottac

Calati nella sottostante conca prativa e imboccata la via di collegamento con il Passo di Basagrana, ci si può rilassare, guardare intorno e seguire in cielo le evoluzioni roteanti di un aquilotto!
E’ pomeriggio.
Per rispettare la tabella di marcia del giorno, bisogna raggiungere con saliscendi, ora in cresta ora in appoggio ai versanti della Valle di Ragozzale o della Val Rossa, il luogo della sosta definitiva. L’esuberanza rigogliosa della natura in tutte le sue varietà erbacee, arbustive, arboree, contrasta con lo stato di degrado dei manufatti, opera dell’uomo. I ruderi dell’alpe Curtin guardano desolati verso le baite di Quagiui, sorelle di solitudine ancora di buon aspetto, e verso ciò che resta di alpeggi un tempo fiorenti, come Basagrana, Oro delle Giavine, Grassino.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: i ruderi dell'Alpe Curtin CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: Alpe Mottac

Quando raggiungiamo il bivacco Mottac … sorpresa! Troviamo un numero di occupanti pari al nostro, situazione che, letta in chiave matematica, significa 36 persone.
Il gruppo, riluttante all’idea di tentare migliore sorte scendendo in La Piana, aguzza l’ingegno e, con la regia di Franco, elabora un fenomenale piano di “location”.  Utilizzando creativamente gli spazi interni gli arredi con strategie non pubblicizzabili per vincoli di copyright, tutti possono mangiare e dormire (in senso eufemistico, come succede nei rifugi) in condizioni abbastanza confortevoli.
E’ sera.
Basta alzarsi di poco sopra il bivacco per osservare la muraglia di montagne che ci accerchia. Ciascuna ha una spiccata, primordiale fisionomia, caratterizzata da un susseguirsi di picchi, denti, mammelloni, dossi bitorzoluti, speroni, becchi, scaglioni, cuspidi, tra i quali si individuano ipotetiche vie di sbocco e dove le due selle dalla dolce conformazione sono contrassegnate dal bianco rifugio di Bocchetta di Campo e dai grigi spioventi del rifugio Colma di Premosello. Disseminati sui fianchi delle montagne, ora in punti scoscesi, ora adagiati su fazzoletti di prato, si scorgono i residui alpeggi, satelliti del Mottac. A ben guardare anche le pareti rocciose, i canaloni, le pietraie hanno una bellezza, conferita dal colore della pietra; grigia, ma cangiante verso il plumbeo, il perlaceo, il brunito, il cremisi e dalla verde linea di demarcazione della vegetazione, che copre, tratteggia, si incunea, chiazza, punteggia, ammanta con una tavolozza di indefinibili tonalità.
L’andirivieni della gente e il profumo dei manicaretti in preparazione mi reintroducono nel clima di solerte laboriosità del bivacco e, quando tutti sono accomodati attorno al tavolo per dare il proprio contributo al buon esito della spaghettata, l’oscurità ha totalmente cancellato il mondo esterno. Restano i dolci innaffiati da buon vino, i canti, l’allegria, l’amicizia.
L’impazienza di uscire per assistere al sorgere della luna resta delusa, poiché essa rimane ostinatamente celata da una multiforme cortina di nuvole a strascico.
E’ notte.
La luna finalmente appare, splende grande e luminosa, riversa il suo chiarore argenteo e soffuso sul mondo addormentato.
Mi tornano alla mente il famoso Canto notturno di Leopardi e le domande sul senso del nascere, del morire, del vivere, del soffrire che il beduino, errante nella steppa asiatica, rivolge a Lei, la “vaga, solinga, eterna peregrina”. Sono le stesse formulate chissà quante volte dai pastori, dagli alpigiani, dai boscaioli, dai contrabbandieri, dai partigiani, che qui hanno lavorato, osato, sperato, rischiato, lottato, gioito e pianto. Al Mottac pulsa il cuore della Val Grande; ogni suo battito rimanda l’eco di progetti, amori, illusioni, paure, speranze, tragedie, sogni e ricordi.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: foto di gruppo all'Alpe Mottac CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: Alpe In La Piana

E’ di nuovo giorno, domenica 27 settembre
Non l’alba di fuoco e di rosa da tutti attesa, ma una mattina fosca e brumosa, che tuttavia non spegne il buon umore, il brio e un robusto appetito.
Zaino in spalla, un’occhiata al rassicurante bollo bianco e rosso sul sasso e si riparte. Nella penombra grigia della fitta faggeta la colonna in marcia segue fedelmente la guida; il chiacchierio festoso proveniente dalle retrovie diventa il collante che garantisce unità e compattezza al gruppo. Con la perdita di quota il bosco si dirada, l’aria si schiarisce e un pallido sole saluta il nostro arrivo in La Piana.

CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: la passerella sul Rio Fiorina a In La Piana CAI Verbano - Traversata della Val Grande da Trontano a Scaredi: Alpe Scaredi

Da qui con buona lena si risale verso Portaiola, Boschelli. La Balma. Le brevi soste permettono di constatare l’inarrestabile degrado della montagna, con la scomparsa dei nuclei rurali, gli effetti distruttivi delle valanghe, il rapido avanzare del bosco, la latitanza dei sentieri.
Al momento dell’ultimo strappo verso Scaredi l’occhio è irresistibilmente attratto dal valloncello laterale con intaglio, in direzione della Motta di Campo, perché tracce inequivocabili segnalano la presenza di camosci; ma essi, sornioni e ben pasciuti, seguitano a starsene acquattati tra gli arbusti del macereto.
Dal bivacco, in breve e comodamente, rasentando le Fornaci, significativa testimonianza di economia locale e tenendosi a distanza di sicurezza dai poderosi bovini con lunghe corna, si arriva a Fondo Li Gabbi, traduzione infelice del toponimo di un pittoresco villaggio, dalle case linde, ridenti, quasi in posa per una foto ricordo. Alle sue spalle si inerpica il bosco, sacro protettore dal pericolo della neve e raffinato scenario di una esibizione artistica, che vede ogni albero, rivestito dai colori dell’autunno, giallo per gli aceri e le betulle, ramato per i faggi, bruciato per i sorbi, ancora verde per i pini e gli abeti, acquisire la plasticità e il dinamismo richiesti dalla messa in scena dell’ultimo spettacolo, prima che il sipario cali e che si consumi una lunga, gelida, cupa stagione di silenzio.
Mentre il bus ci fa raggiungere la stazione ferroviaria di Druogno, si fa il bilancio delle due giornate: pienamente positivo. Franco ha saputo scegliere, programmare, organizzare l’escursione, guidare il gruppo, dare informazioni attingendo al suo sapere eclettico, gestire gli imprevisti, ma anche i partecipanti, tutti rigorosamente di razza alpina, sono stati all’altezza della situazione e hanno sgambato quanto basta per essere degni di cotanto capo!

Maria

La galleria fotografica dell'escursione